Viviamo in un tempo in cui le parole sembrano avere perso forza. O forse, peggio ancora, viviamo in un tempo in cui alcune parole vengono rese impronunciabili. Parole come colonialismo. Imperialismo. Genocidio. Pulizia etnica. Dominazione.
Eppure, se non possiamo più nominare ciò che sta accadendo, allora non possiamo nemmeno comprenderlo. E se non possiamo comprenderlo, non possiamo cambiarlo, trasformarlo. Per questo è necessario liberare la parola. Perché senza una parola libera, lucida, coraggiosa, la coscienza collettiva si addormenta. E quando la coscienza si addormenta, il mondo può precipitare nell’abisso continuando a chiamare “normalità” la propria caduta.
Lo scorso anno, nel mio discorso di apertura della Social Business Conference 2025, avevo espresso una preoccupazione profonda: l’umanità sembrava muoversi ancora una volta verso il riarmo, verso la militarizzazione, verso la logica della guerra, invece che verso la cooperazione, la solidarietà e la costruzione della pace.
Oggi quella preoccupazione è ancora più urgente. Perché la cooperazione è diventata oggi una vera e propria condizione di sopravvivenza. Abbiamo bisogno di cooperazione per affrontare la crisi ecologica profonda che minaccia le basi stesse della vita su questo pianeta. Abbiamo bisogno di cooperazione per rispondere alle crisi umanitarie, alle disuguaglianze e ingiustizie prodotte da un sistema che non rimettiamo più in questione, che consideriamo naturale.
Abbiamo bisogno di cooperazione anche per affrontare minacce nuove, minacce che facciamo ancora fatica persino a concettualizzare. Una di queste è l’arrivo esplosivo, sul nostro pianeta, di una nuova forma di intelligenza: l’intelligenza semantica artificiale. Entità capaci di comprendere e produrre significato, e di prendere decisioni al posto nostro. Entità che non si limitano più a calcolare, ma iniziano a intervenire nello spazio stesso in cui gli esseri umani pensano, decidono, credono, desiderano. E ancora una volta ci illudiamo che saremo in grado di controllarle.
È una storia a cui abbiamo già creduto in passato, pensando di poter controllare le forze distruttive che abbiamo liberato, in particolare quella dell’annientamento nucleare. Oggi rischiamo di ripetere lo stesso errore, ma a un livello ancora più profondo: non solo nella materia, non solo nell’energia, ma addirittura nel linguaggio, nella sostanza stessa del significato, che governa i processi cognitivi e decisionali collettivi.
E mentre tutto questo accade, il mondo continua a bruciare. La situazione, rispetto all’anno precedente, è peggiorata. Nuove guerre sono state volute, programmate a tavolino e sostenute da potenze coloniali e imperiali: per il territorio, per le risorse, per il dominio, per il semplice impulso a generare caos, usando la copertura di visioni religiose e profetico.
Il diritto internazionale rischia oggi di diventare il fossile di un’altra epoca: invocato quando conviene, ignorato quando disturba, sepolto quando si mette sulla strada del potere. E coloro che pretendevano di rappresentare la civiltà, la democrazia e i diritti umani – il nostro caro Occidente – assomigliano sempre più spesso ai mostri che dicono di combattere. Nemici che, in molti casi, sono stati inventati proprio per giustificare decisioni disumane e distruttive.
Davanti a tutto questo, la domanda diventa inevitabile. C’è forse qualcosa di profondamente sbagliato nella natura umana? Siamo condannati all’autodistruzione? Alcuni dei miei amici più disillusi, a volte, cercano di convincermi che la scomparsa dell’umanità non sarebbe necessariamente una tragedia. Mi dicono che non siamo una specie sostenibile. Che abbiamo troppo potere e troppo poca saggezza. E, in certi momenti, lo devo ammettere, i loro argomenti sembrano forti. Perché è vero, su scala planetaria, ci comportiamo come entità sprovviste di intelligenza e dotate di un potere eccessivo. Entità totalmente sprovviste di lungimiranza e autoregolazione.
Questo forse accade anche perché il mondo è diventato oggi troppo complesso per il nostro povero cervello da primati.
Ma per quanto forti possano apparire questi argomenti, essi crollano davanti a un altro fatto. Gli esseri umani sono anche capaci di unirsi. Di cooperare. Di prendersi cura. Di guarire. Di riparare. Di costruire. Di rifiutare la logica della dominazione e della distruzione. Esistono momenti storici, comunità, progetti, in cui l’essere umano manifesta qualità che ci ricordano che dentro di noi esiste una luce. Una luce fragile, ma reale.
Questa luce non va idealizzata. Non va trasformata in una favola consolatoria. Non cancella l’orrore di cui siamo capaci. Non cancella le vittime e la sofferenza. Non cancella la responsabilità di coloro che oggi commettono crimini con impunità e trattano la vita umana come moneta di scambio in una lotta di potere.
Ma quella luce esiste.
E se smettiamo di credervi, se smettiamo di nutrirla, se smettiamo di creare le condizioni perché possa manifestarsi, allora sì che avremo già consegnato il futuro alla disperazione.
Per questo è tempo di smettere di avere paura di certe parole.
Anche della parola “rivoluzione”.
Per troppo tempo questa parola è stata associata solo alla violenza, al caos, alla distruzione. Ma esistono rivoluzioni che non nascono da un sentimento di rivalsa e di vendetta. Esistono rivoluzioni della coscienza, dell’economia, della politica, dell’educazione, della tecnologia, della cura. Rivoluzioni che non cercano di sostituire una forma di dominio con un’altra, ma di cambiare le condizioni stesse che rendono ad esempio il dominio possibile.
Oggi abbiamo bisogno di rivoluzioni.
Perché è evidente che le nostre società non stanno semplicemente fallendo nel risolvere povertà, disuguaglianza, conflitti e guerre. Le stanno letteralmente producendo, fabbricando, organizzando.
Le hanno rese strutturali.
Abbiamo bisogno di immaginare e attuare nuovi contesti sociopolitici capaci di risvegliare qualità che troppo spesso restano latenti negli esseri umani: qualità sepolte sotto le molte menzogne che ci vengono insegnate su ciò che è possibile e ciò che è impossibile, su ciò che meritiamo e ciò che non meritiamo, su ciò che può essere cambiato e ciò che invece dovremmo accettare come inevitabile.
Ma molte cose che chiamiamo inevitabili sono solo il risultato di regole costruite da esseri umani. E ciò che è stato costruito può essere decostruito e trasformato.
Un social business, ad esempio, cioè un’impresa sociale che si rende finanziariamente autosufficiente per risolvere un vero problema sociale o ambientale, anziché massimizzare il profitto, è una piccola rivoluzione dentro un sistema obsoleto e morente. Un sistema le cui classi dirigenti cercano ancora di preservarsi, senza riconoscere che il loro tempo sta arrivando alla fine.
Ma il problema non è soltanto nelle persone al potere, nei molti narcisisti e psicopatici che ci governano. Il problema è nell’architettura stessa dei sistemi in cui viviamo. Nelle loro regole. Regole che codificano la corruzione, producono disuguaglianza, normalizzano l’estrazione di valore dalle persone e dalla natura, e premiano la dominazione.
Queste regole non si limitano a permettere l’ingiustizia. La richiedono. Non si limitano a tollerare la distruzione. La organizzano.
Per questo creare un social business non è semplicemente un atto economico. È un atto di resistenza. È un atto rivoluzionario.
Perché dimostra, concretamente, che un’altra logica è possibile. Che l’impresa umana non deve necessariamente essere organizzata intorno all’avidità. Che l’intelligenza non deve necessariamente servire il dominio. Che il profitto non deve essere la misura finale del valore. Che l’economia può diventare uno strumento di liberazione, invece che una macchina di sottomissione.
Ma un sistema morente è una creatura piuttosto pericolosa. Un gigante che cade può distruggere molto intorno a sé. Quando un sistema sovradimensionato, ormai esaurito, collassa, il danno che produce può essere immenso. Forse persino esistenziale. Per questo non possiamo limitarci a criticare il vecchio mondo. E non possiamo nemmeno aspettare passivamente che crolli.
Dobbiamo costruire alternative, e farlo adesso. Mentre c’è ancora tempo. Mentre c’è ancora vita da proteggere. Mentre c’è ancora un futuro da difendere.
E dobbiamo affrontare le crisi del nostro tempo senza cedere alla rabbia, al risentimento, alla paura, allo sconforto. Non dobbiamo evitare il confronto con la realtà. Questo produrrebbe solo paralisi.
La crisi che viviamo, in quest’epoca di grandi mutamenti, può diventare disperazione. Oppure, responsabilità. Può diventare rassegnazione. Oppure, coraggio. Può diventare chiusura. Oppure, creazione.
Oggi abbiamo tutti bisogno di diventare un po’ più rivoluzionari, nel senso più profondo del termine: costruttori di un mondo nuovo, capace di emergere dalle ceneri dei nostri errori. Un mondo di collaborazione, non di competizione. Un mondo di pace, non di guerra. Un mondo di bellezza, non di sofferenza.
Questo mondo non nascerà da solo. Non nascerà perché il vecchio sistema, improvvisamente, riconoscerà i propri crimini e si farà da parte. Nascerà solo attraverso gesti e progetti concreti, comunità concrete, imprese concrete, capaci di incarnare una logica diversa.
Per questo anche una conferenza può essere più di una conferenza.
La Social Business Conference 2026, insieme ad altre iniziative simili, può essere letta come uno di questi piccoli atti rivoluzionari: uno spazio in cui persone, idee, esperienze e visioni si incontrano per dire che il mondo non deve necessariamente continuare nella direzione in cui sta andando. Uno spazio in cui si immaginano nuove possibilità e si comincia a trasformarle in azione concrete.
Continuiamo dunque a coltivare la nostra visione. Continuiamo a liberare la parola. Continuiamo a denunciare ciò che deve essere denunciato. E soprattutto, continuiamo ad agire di conseguenza.
Ci vediamo giovedì 21 maggio, a Barbengo, alla Social Business Conference 2026.
